Gay & Bisex
Gita in campagna - 2/2
19.05.2026 |
2.416 |
9
"Ho bisogno di te”
Fa scorrere lentamente l’asta e si ferma dopo ogni spinta, sussurrandomi parole sconce..."
Sabato è arrivato e siamo in viaggio da un’ora. Appena usciamo dall’autostrada, Sergio comincia a lamentarsi.“Ho fame. È da quattro giorni che ci prepariamo per questa maratona culinaria.”
Aveva passato ore in palestra e seguito una dieta ancora più rigida del solito. Naturalmente aveva trascinato anche me e, devo ammetterlo, i risultati si vedono.
“Finiscila. Manca ancora un po’”
Si rilassa solo quando iniziamo a salire e il paesaggio si apre davanti a noi.
“Oh, io qui ci vivrei. Potremmo cercare una casetta.”
Scoppio a ridere.
“Niente delivery, internet lento, la palestra più vicina a chilometri di distanza. Vita sana, stagioni da rispettare, a letto presto e sveglia all’alba. Tu non dureresti una settimana.”
“Forse no. Però qui è bellissimo.”
Le ultime curve prima del paese sono le stesse da sempre: strade strette tra campi e boschi, qualche vigneto, tetti rossi che affiorano tra gli alberi.
Quando imbocco la strada sterrata che porta a casa mia, Sergio abbassa il finestrino.
“Si sente già il profumo di tua madre che cucina.”
Parcheggio nel piccolo cortile dove, da bambino, giocavo a pallone contro il muro, facendo impazzire gli zii. Rispetto all’ultima volta che siamo stati lì, il glicine è esploso sopra il portico e le finestre con le persiane verdi sono spalancate per far entrare il sole.
La porta si apre prima ancora che suoniamo.
Mia madre esce asciugandosi le mani sul grembiule. Prima guarda me, come fa sempre, con quell’espressione rapida e attentissima da madre che, in due secondi, ti scansiona per vedere se mangi, dormi e vivi decentemente.
Poi abbraccia Sergio per primo.
“Ciao bello.”
Mi fa sempre impressione quanto sembri impacciato davanti a lei. Una montagna d’uomo e una donnina dai capelli grigi che, a modo loro, emanano la stessa energia.
“Signora …”
Lei gli dà due baci sulle guance mentre io rimango lì, con i borsoni in mano, a guardarli come un cretino.
Poi, naturalmente, abbraccia anche me, stretta e veloce. Ha sempre avuto un modo pratico di dimostrare affetto, come se le emozioni troppo forti le dessero quasi imbarazzo.
“Quanto sei magro”
“Parlane con il mio allenatore”, le dico indicando Sergio. “È lui che si occupa della mia dieta e che mi costringe a un esercizio fisico esagerato”
“È colpa tua?” chiede a Sergio.
“Io ci provo a tenerlo in forma, ma temo che sia senza speranza”
Entriamo in casa accompagnati dall’odore di sugo ai fagioli e di arrosto che Sergio aveva previsto con inquietante precisione. Inspira profondamente appena superata la porta.
“Mi sto commuovendo”
Mia madre gli dà una piccola pacca sul braccio, ridendo.
“Andate a mettere le cose di sopra, che tra poco è pronto.”
Naturalmente, “di sopra” indica la stanza grande in fondo al corridoio. Quella con due letti singoli che ho condiviso con mio fratello per anni.
La stanza è già pronta: lenzuola pulite, finestra aperta sull’aria fresca delle colline, il vaso con i fiori freschi.
Due asciugamani sono piegati sul letto: l’unico cambiamento mai fatto in quella stanza. I due letti singoli sono stati accostati, trasformandosi in un unico letto matrimoniale.
Sergio li guarda, poi guarda me con quell’espressione divertita che conosco benissimo.
“Molto discreta, la tua mamma. Mi sembra che il messaggio sia piuttosto chiaro.”
“Mia madre è la regina della comunicazione indiretta.”
Lui scoppia a ridere piano, poi mi cinge la vita attirandomi verso di sé.
“A me piace così.”
Lo lascio in camera e torno in cucina. Non è normale che un uomo di trentacinque anni si metta a piangere, ma confesso che mi è difficilissimo trattenere una lacrima quando l’abbraccio da dietro.
“Tu lo sai che ti voglio bene, vero?”
“Si tesoro, lo so.”
Poi si gira senza guardarmi negli occhi e si accoccola dolcemente, appoggiandomi le mani sul petto. Mia madre non è mai stata una donna dalle grandi effusioni.
“Quel ragazzo ti fa bene. Lo vedo.”
C’erano milioni di cose che nessuno dei due diceva mai apertamente. Ma, in fondo, non ce n’era davvero bisogno.
Il pranzo è una festa. Sebbene conosca a memoria le sue ricette, non riesco mai a preparare piatti buoni quanto i suoi. Sergio tiene banco e mia madre ride di gusto a qualunque cazzata dica.
Mi sembra di osservare una scena surreale: il gigante arrogante con la piccola signora gentile, e sono felice di sapere che sono entrambi miei.
“Domani ci saranno anche gli zii”, mi annuncia con fare indifferente mentre sparecchia con l’aiuto di Sergio. Poi si volta verso di lui: “Avrò bisogno di una mano per i tortelli.”
Lo so che non è vero. Mia madre non ha mai avuto bisogno di nessuno, ma so anche che le piace averci intorno.
“Sono a sua disposizione. Per me sarà un grande onore essere per un giorno l’assistente della regina dei tortelli” le risponde il coglione. Ci ha provato più volte in passato, ma con quelle mani e quelle dita gli è proprio impossibile chiudere la pasta.
Dato che ci resta un po’ di tempo, decidiamo di fare un salto al bar e finiamo per rimanerci all’infinito.
Ritrovo vecchi compagni di scuola, battute da provincia e la solita curiosità su Milano, come se si trovasse in un altro mondo invece che a due ore di macchina. E, per tanti versi, un altro mondo lo è davvero.
Tutti mi conoscono da sempre, ma Sergio, forestiero e per di più cittadino, viene guardato con diffidenza. Lui però non ci fa caso. Anzi, sembra perfettamente a suo agio.
Gioca a carte con gli anziani preoccupandosi che i bicchieri siano sempre pieni della Bonarda locale, racconta cazzate, scherza con le vecchiette, si infila in discussioni assurde e, alla fine, paga da bere per tutti.
Torniamo a casa e troviamo mia madre già ai fornelli. Mi sorprende sempre come qui si ceni quando a Milano si comincia appena a pensare a dove fare l’aperitivo.
Sono certo che è in piedi dall’alba e che non si è fermata un momento, mentre noi abbiamo cazzeggiato tutto il giorno. Eppure, ci consiglia di andare a riposarci prima di cena.
Sergio si butta di traverso sul letto, con braccia e gambe aperte come un enorme uomo vitruviano, e mi fa cenno di raggiungerlo. Ma io ho un’idea migliore.
“Ti propongo un’esperienza sensoriale.”
A casa non abbiamo neppure la vasca, ma lì è l’elemento principale di qualunque bagno. Quando l’acqua raggiunge la temperatura e il livello giusti, mi ci immergo e lo invito a raggiungermi.
Gli insapono il corpo, godendomi quel contatto, e lui si lascia fare. Poi restiamo lì a mollo per un tempo infinito, in silenzio, immersi in un’intimità tranquilla, finché l’acqua non si raffredda troppo.
Dopo una cena che avrebbe sfamato almeno otto persone, ci spostiamo nel salotto buono, quello riservato alle grandi occasioni.
Mia madre versa vino come se fosse acqua, con l’aria innocente di chi non sta facendo nulla di male. Le chiacchiere partono dai pettegolezzi di paese e finiscono, inevitabilmente, con gli episodi più imbarazzanti della mia gioventù.
Sergio ride fino alle lacrime e, dopo aver smesso di fingere moderazione, inizia a raccontare episodi divertenti della nostra vita insieme.
Non accenna mai alla nostra relazione, ma per evitare qualsiasi imprevisto riesco a convincerlo ad andare a dormire, portandomelo via.
Non ricordo nemmeno quando è stata l’ultima volta che sono andato a letto così presto. Probabilmente, vivevo ancora in questa casa.
Mi infilo sotto le coperte e gli parlo bisbigliando cercando di mantenere un tono neutro per tenerlo tranquillo, ma lui è su di giri per l’alcol e ha già quello sguardo arrapato.
Quello da predatore.
“Vieni qua.”
“Sono stanco.”
“Ma che stanco.”
Mi giro dall’altra parte apposta. Lo sento avvicinarsi subito, grosso e caldo contro la mia schiena. Mi prende tra le braccia e mi stringe a sé, alitandomi piano sul collo.
“Lo sai che quando fai così, mi fai incazzare?”
“Per la prima volta abbiamo spazio. Perché non provi a stare dalla tua parte”
“Ci ha dato un letto matrimoniale per darci la possibilità di trombare con calma. E se tu non urlassi ogni volta come un forsennato, potremmo farlo davvero.”
“Non è colpa mia se scopi come un animale.”
Lui ride sottovoce.
Mi stringe ancora di più, infilando una gamba tra le mie. Sa perfettamente quanto mi piaccia quella sensazione di peso addosso, di essere contenuto dalla sua presenza invasiva.
E sa anche che sto fingendo.
“Fai il prezioso solo per rompere il cazzo.”
Sorrido nel buio senza farmi vedere.
Mi bacia il collo lentamente, con meno arroganza del solito. Mi passa una mano sul petto giocando con il capezzolo.
“Dai.”
“No.”
“No cosa? Frocetto, giuro che tra un minuto ti violento e ti faccio urlare tanto che ti sentirà anche il parroco.”
Scoppio a ridere e lui ne approfitta subito per prendermi l’uccello in mano. Non è ubriaco, ma sicuramente su di giri e decisamente eccitato. Lo sento dal pisello duro che mi preme sulla schiena.
La voce è calda, suadente, bassa.
“Immagina di essere a letto con la ragazza dei tuoi sogni adolescenziali.”
“Non ci riesco”
“Immagina, ti ho detto”
“Non credo che la ragazza dei miei sogni di allora sarebbe venuta a letto con un matterello di legno e me lo avrebbe piazzato sulla schiena”
Si fa una risatina e spinge ancora di più il bacino contro di me continuando a menarmi l’uccello piano, accarezzandomi le palle e torturandomi contemporaneamente il capezzolo.
“Allora immagina di essere a letto con l’uomo dei tuoi sogni: alto, incredibilmente simpatico, biondo, fighissimo, con un fisico da paura e una minchia oltre misura”
“Impossibile anche questa. Purtroppo, non ho la fortuna di conoscere uomini così.”
Stringe le dita sul mio cazzo duro, smettendo per un attimo di menarmelo e io ho un sussulto. Poi ricomincia piano, ma senza più parlare.
Mi bacia dietro l’orecchio tenendomi stretto per tenere il mio corpo incollato al suo, sento il suo alito sul collo, mi infila due dita in bocca per farsele succhiare, mentre la sua mano continua a scorrere lungo l’asta. Sempre più velocemente. Ogni tanto la inumidisce con la lingua per poi ricominciare, premendo sempre più il suo corpo caldo contro il mio.
La sensazione che provo è meravigliosa, al punto che so che non sarò in grado di resistere a lungo. Ormai però non posso più fermarlo e, con la mente, cerco disperatamente qualcosa che mi impedisca di sporcare le lenzuola che mia madre dovrà lavare.
Ma, forse conoscendomi, ha pensato anche a questo e, quando si rende conto che manca poco, mi fa mettere supino e finisce il lavoro, facendo in modo che gli schizzi ricadano sul mio corpo, mentre mi irrigidisco lasciandomi sfuggire un gemito basso.
Poi li raccoglie a uno a uno con la lingua e, quando si è assicurato di aver portato via tutto, mi dà uno dei suoi baci sporchi.
La mia voce è un sibilo.
“Sei un animale senza morale né vergogna. Adesso tocca a me: non immaginare niente. Goditi questo pompino”
Mi metto comodo sul lettone, a pancia in giù tra le sue gambe. Mi inumidisco un dito e glielo infilo nel sedere. Lo massaggio proprio dove vedo che gli fa più piacere, continuando a inumidirlo. Lo vedo che inarca la schiena, alza il bacino, ansima mentre l’uccello diventa sempre più rigido e compaiono le prime gocce in punta che lecco via con la punta della lingua.
“… azz ... sì …”
Faccio colare un po’ di saliva sull’uccello e glielo prendo in mano senza smettere di massaggiargli la prostata.
“Come ci si sente a essere tenuti per le palle da qualcuno?” gli bisbiglio.
Poi glielo prendo in bocca: succhio, gli massaggio le palle, gli stuzzico il perineo.
I suoi gemiti bassi mi confermano che sto facendo un buon lavoro.
“Allora, bestione, te la stai godendo?”
Le mie labbra lo avvolgono completamente e me lo caccio in gola più in fondo che posso, finché i peli del pube non cominciano a farmi il solletico al naso.
Lo sento tendersi e mi preparo a prendere tutto quel liquido vischioso senza farne cadere nemmeno una goccia.
E quando ciò accade, comincio a tossire; gli occhi mi lacrimano, i muscoli della mandibola mi fanno male. Ma non desisto e quando finalmente si calma, mando giù tutto. Come sempre.
“Hai un buon sapore. Si vede che la cucina di mia madre ti fa bene.”
Mi sveglio con la strana sensazione di aver dormito benissimo e malissimo insieme.
Il letto era troppo corto, il materasso troppo morbido e Sergio aveva occupato quasi tutto lo spazio disponibile.
Ma sono di ottimo umore e l’erezione potente che ho tra le gambe lo testimonia.
La luce filtra intensamente attraverso i listelli delle persiane verdi e gli unici rumori che sento venire da fuori sono un cane che abbaia e qualche macchina di passaggio.
Allungo una mano verso il lato vuoto del letto, trovandolo già freddo.
Mi tiro su lentamente, ancora rincoglionito dal sonno, infilandomi al volo jeans, stivali e maglietta.
Quando entro in cucina, trovo una scena così assurda da sembrare quasi incredibile.
Mia madre è già pronta, con i capelli in ordine e il suo solito grembiule lungo, e sta tagliando la sfoglia sottile in larghe e lunghe strisce.
Davanti a lei c’è Sergio, seminudo, che chiacchiera osservandola mentre lei lavora. Ha addosso solo un paio di boxer grigi, inutili per nascondere ciò che riposa di lato tra le sue gambe. È appoggiato al mobile della cucina con una tazza enorme in mano, i capelli ancora spettinati e l’aria di chi si sente perfettamente a casa.
“Ah, eccolo”, dice mia madre appena mi vede. “Hai dormito bene, tesoro?”
“Benissimo, mamma”, rispondo, dandole un bacio, mentre lancio un’occhiataccia a quell’idiota, che però risponde immediatamente a modo suo.
“Non ho voluto svegliarti. Dormivi come fossi la principessa … sul pisello.”
Non so se l’ho immaginato, ma in quel momento mi è sembrato di cogliere un leggero sorriso sulle labbra di mia madre.
Più tardi decidiamo di fare una passeggiata. Il sole ha scaldato l’aria e mi sento benissimo. Ma è da quando mi sono svegliato che ho voglia di stare da solo con Sergio.
Con la scusa di mostrargli i posti in cui sono cresciuto, ci addentriamo nel bosco. Le suole di cuoio liscio dei nostri stivali non sono adatte a quel tipo di attività, ma ho qualche idea in mente e, nonostante il terreno scivoloso, ci addentriamo sempre di più fino ad arrivare al capanno degli attrezzi dei miei zii.
È domenica e so che non verrà nessuno a disturbarci.
Sergio non capisce cosa ci siamo venuti a fare, quindi non mi resta che dirglielo esplicitamente.
“Sai, bestione, avevo bisogno di dieci minuti da solo con te, se capisci cosa intendo.”
Lo vedo illuminarsi. Mi viene vicino e mi mette una mano sulla guancia, guardandomi negli occhi con il solito sorriso bastardo.
“Non capisco, frocetto. Dimmi chiaramente cosa vuoi che faccia per te.”
“Non cominciare a scassare la minchia. Ho voglia di stare solo con te fin da quando mi sono svegliato.”
Mi bacia con delicatezza e ne approfitto per mettergli una mano sul pacco, accarezzandogli il batacchio. Poi si stacca mantenendo la faccia vicina alla mia.
“Quindi, questa troietta si è svegliata stamattina con una grande fame di cazzo e adesso ha un bisogno incontrollabile di farsi sbattere dal suo stallone. Dico bene?”
“Avrei usato altre parole, ma sì, il succo è più o meno questo”
Ci chiudiamo all’interno e Sergio mi fa appoggiare le mani alla parete, mettendosi dietro di me.
Apre la cintura e mi sbottona la patta. Quando infila la mano nei miei jeans, mi scopre già duro. Tiene la sua mano calda sulla mia mazza, accarezzandola piano. Niente di più, quel tanto per sancirne i diritti. Il possesso.
Mi mette un braccio intorno al collo tenendo il mio uccello in mano. Sta facendo strusciare il suo bacino contro il mio fondoschiena e mi parla all’orecchio con voce calda e bassa.
“Mi fai un sesso pazzesco quando sei così arrendevole. Così in calore. Il signorino che vuole disperatamente farsi montare dal mandriano. Mi piace un casino. Spogliati.”
Il capanno non è certo pulito, ma a quel punto, infoiato come sono, non mi faccio certo problemi e, in un attimo, sono nudo davanti agli occhi di Sergio che mi osserva divertito.
Mi passa gli stivali marroni che mi sono appena tolto.
“Ti voglio molto disponibile, molto porco. Mettili e lasciati guidare dal tuo istinto”
Mi guarda compiaciuto, nudo con gli stivali addosso, e mi fa inginocchiare davanti a lui.
È visibilmente eccitato, ma io non sono da meno.
“Si, sei proprio un bel pezzo di frocetto. Adesso giochiamo un po’”
“Non vedo l’ora, bell’uomo.”
Sto per aprirgli la patta dei jeans, ma lui mi tira per i capelli costringendomi a guardarlo.
“Piano, cucciolo. Non avere fretta. Voglio godermi questo momento”
Il mio senso di urgenza contrasta chiaramente con la sua voglia di giocare, ma lascio che la sua mano guidi la mia faccia contro il suo pacco.
“Magari venivi qui a farti le seghe sui video porno, ma adesso che hai un uomo vero tutto per te, goditelo”.
Era vero: avevo usato quel capanno più volte con quello scopo, ma a quei tempi mi piaceva la figa. Lì dentro avevo anche perso la verginità, ma allora i ruoli erano ribaltati e mai avrei immaginato di ritrovarmi anni dopo in quello stesso posto, completamente nudo, in ginocchio, con la faccia premuta sulla patta di un uomo.
E desiderare con tutto me stesso di poter prendere in bocca la sua mazza.
“Vai, piccolo. Fatti onore”
È come se fossi posseduto quando armeggio con la cintura e i bottoni per arrivare a ciò che c'è là sotto, e mi sento stranamente appagato quando, calati i jeans e i boxer, posso finalmente leccarlo, baciarlo e mettermelo in gola.
Mi guarda dall’alto, sporgendo il bacino in avanti per facilitarmi l’accesso. Le gambe leggermente divaricate, le mani sui glutei.
“Succhia, frocetto … mhmm … fammi godere”
Non c’è bisogno che me lo dica: ciuccio, insalivo e lecco quel magnifico pezzo di carne come ho imparato a fare da tempo.
Sento le sue mani grandi che mi tengono la testa ferma mentre mi scopa in bocca con rapidi movimenti del bacino, poi me la fa ruotare verso l’alto per guardarlo negli occhi.
Forte, potente.
“Sei un gran bocchinaro e sono fortunato ad averti tutto per me. Adesso però voglio il tuo culo”
Mi fa rialzare, mi fa appoggiare alla parete e si appoggia completamente su di me. Mi sta bloccando con un braccio attorno al collo mentre mi mette due dita davanti alla bocca.
“Sputa” e io eseguo.
Usa la mia saliva a più riprese per facilitare lo scorrimento delle sue dita sul mio ano, rilassandolo, preparandolo, aprendolo, anche se non credo che ce ne fosse un gran bisogno.
Poi lo sento premere ed entrare, delicato e deciso al tempo stesso.
Il suo braccio mi stringe il collo e le sue labbra sono sul mio orecchio quando arriva a ficcarmelo dentro fino in fondo.
“Tu non sai cosa mi fai. Tu crei dipendenza.”
“Fammi il culo. Ho bisogno di te”
Fa scorrere lentamente l’asta e si ferma dopo ogni spinta, sussurrandomi parole sconce.
“Hai un culo fantastico … fatto apposta per me. Senti quanto ce l’ho duro? … sei tu che me lo fai diventare sempre così”
La sua mano grande si è appropriata del mio uccello gocciolante e mi fa una sega mentre contemporaneamente mi scopa, avvolgendomi con il suo corpo.
Le gambe mi cedono per il piacere.
“Cazzo … Sergio … Solo tu mi fai godere così”
Mi morde la spalla, mi bacia sul collo e sulla schiena tenendomi fermo con il braccio e scopandomi sempre più velocemente, grugnendo come un animale.
Infine, mi fa inginocchiare di nuovo e, quando mi ordina di tirare fuori la lingua, lo faccio subito. Se lo mena come un forsennato a pochi centimetri dal mio viso e, quando viene, mi riempie la faccia con il suo seme caldo e vischioso.
Mi fa rialzare e, dopo aver raccolto con la lingua ogni traccia del suo piacere, mi stringe in un forte abbraccio, baciandomi con passione mentre fa scorrere di nuovo le dita sul mio ano che presumo essere orrendamente aperto.
Poi si rimette l’uccello nei pantaloni, chiudendo la patta, e rimane a guardarmi mentre mi rivesto.
Torniamo giusto in tempo per il pranzo con gli zii e non c’è nemmeno il tempo per fare un bagno veloce.
A tavola si parla di politica, di semine e di pettegolezzi di paese. C’è anche mia cugina Annamaria, che non stacca gli occhi di dosso a Sergio.
Ma a catalizzare l’attenzione sono soprattutto i due “giovanotti” di città. Io sono quello che viene, più o meno velatamente, rimproverato per aver rinunciato alle tradizioni di famiglia a favore della comoda vita cittadina.
Sergio, invece… beh, nessuno capisce bene chi sia, ma lui non se ne accorge nemmeno, troppo impegnato a fare il galante con mia madre e con mia cugina.
Siamo ancora a tavola quando decido che è arrivato il momento di tornare a casa, ma l’imbecille mi dice che non possiamo partire senza aver aiutato mia madre a sparecchiare. Lei gli sorride, toccandogli amorevolmente il braccio.
“Grazie, caro, non ti preoccupare. Preferisco sapervi a casa, sani e salvi, prima di sera. Però devi promettermi che tornerete presto.”
Non so dove metteremo tutto quello che ci fa portare via. Non sarà il classico “pacco da giù”, ma mia madre non ci lascia mai partire senza averci riempiti di salumi, formaggi e un po’ di pasta fatta in casa che le è “avanzata”.
Sergio dorme tutto storto sul sedile del passeggero mentre guido verso casa nella luce arancione del tramonto.
Ogni tanto lo guardo e, a un certo punto, mi viene istintivo di passargli le dita tra i capelli, facendo attenzione a non svegliarlo. Mi scappa un sorriso pensando a quanto mia madre avesse ragione.
Sì, quel bestione mi fa stare davvero bene.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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